Un mondo di affetti, miserie e una speranza di redenzione

di Alfio Siracusano

 

 04/07/2019

Giunto al suo terzo romanzo, Massimo Polimeni confessa di non riuscire a liberarsi dei personaggi dei suoi primi due, di uno in particolare, il colonnello della finanza Anselmo Quattrocchi, qui colto in una situazione di estremo disagio perché malato di un tumore che gli lascia poche speranze. E tuttavia, nell’intrico dei fatti che costituiscono il romanzo la sua sagacia e il fondo di onestà intellettuale che anima ogni suo gesto hanno modo di esplicarsi in maniera tale da fare da collante anche intellettuale dell’intero svolgersi della vicenda.
Che è vicenda di molti mondi, in realtà, perché spazia dalle plaghe della Sicilia orientale definita nelle sue dimensioni catanesi (la Plaia col suo boschetto, le strade che la collegano al resto della città, la Civita, il paese di Santa Venerina) fino ad una probabilissima New York vista dai suoi luoghi di lavoro e di perdizione, dove si intrecciano destini che poi si incrociano in maniera strana per chiudersi, in un inseguirsi di sorprese, nel capriccio del fato e nel segno demiurgico di un’idea del giusto che mette sulla bilancia più cose di quanto l’esperienza comune in genere sperimenta. Ed è notevole l’abilità combinatoria con cui l’autore intreccia le storie. Che sono più d’una, e tutte girano intorno a un perno che si configura come piccolo fumoso bar in riva alla Plaia, dove un nero canta in maniera sublime, ma dove anche confluiscono le figure della complessa tragedia che Polimeni ci racconta.
Che si apre con lo scannamento di una bambina alla presenza di un suo zio mafioso (ma è un mafioso stanco e forse anche pentito di esserlo, questo Zu Pinu Mustica) e incrocia il dramma dei migranti che affollano i nostri porti quando vi giungono dalle atroci prigioni di fame e guerra dei loro paesi. E può anche capitare che un nero di fisico imponente giunto lì da ben altre sponde (magari dopo aver compiuto un delitto) si improvvisi migrante e si finga accompagnatore di un bambino cui poi destinerà tutto il suo affetto. Mentre il nostro Quattrocchi, malato di suo, vive il dramma della compagna siriana, profuga anche lei, cui lo stupro subito inibisce il piacere del sesso, mentre un bravo maresciallo non contento di sé nutre il sospetto che quel nero possa essere quel tale ricercato dall’Interpol e immagina di poterci spuntare una promozione, e mentre altre varianti complicano la scena di ombre ancora più inquiete di quelle che proietta la mafia, anche la più feroce.
Perché mentre il filone mafia registra risvolti inquietanti, tra pentimenti e affetti familiari che non si riesce a cancellare, e che si concretizzano in una sorta di autodistruzione della famiglia stessa, in uno scenario di orribile disumanità, avviene che la vicenda si attorcigli intorno a un sospetto che ne ingigantisce la ferocia: ed è che al fondo di tutto ci sia un turpe mercato di organi, commissionati e pagati da chi ne ha i mezzi e procurati “su misura” da una organizzazione criminale che seleziona i probabili “portatori”, li sequestra, li scanna e ne preleva le parti richieste, che poi trasferisce in attrezzate cliniche dove si procede all’impianto.
Quattrocchi e i suoi uomini scoprono tutto questo aiutati dal nero gigante, mentre intanto vivono la loro umanità, e attorno a loro si muove un mondo variegato di affetti o di interessi che svelano altre miserie o lasciano immaginare speranze di redenzione, in una sequela di flash narrativi che combinano e scombinano il quadro sino a ricomporlo nelle pagine finali. Che sono una sorta di inno alla speranza che un mondo più giusto può pure immaginarsi, e forse può anche esserci.
Come è facile immaginare, il racconto si muove su più piani, alimentato da uno stile volutamente cinematografico, che inchioda il lettore alle sequenze dei quadri che si succedono e si complicano e poi si sciolgono, mentre lo scrittore non si nega il piacere di riflettere sui risvolti umani di quanto racconta e di tentare anche qualche approccio “umanistico” dentro psicologie a volte contorte, ma a volte anche semplici in questo essere, appunto contorte. Nella convinzione, che peraltro esplicita nelle pagine finali del libro dedicate alla riflessione su quanto creato o ricavato da fatti tristemente reali, che dietro il poliziotto o il delinquente c’è poi sempre l’uomo. E che l’uomo è poi fatto di tante cose, più di quante, diceva il poeta, sono sotto il cielo della luna. E qui l’uomo, gli uomini, sottolinea Polimeni nelle pagine che chiudono il libro, vivono e operano, chi più chi meno, chi in un senso chi in un altro, nella dimensione della solitudine. Che tuttavia non li libera dal peccato di esistere. Alcuni per delinquere, e ne pagano il prezzo, altri per scoprire e punire chi delinque, altri per scontare soffrendo i propri delitti. Altri per non deflettere da un’idea eticamente sentita della vita.

1.6.2019

Un respiro di troppo

“Un respiro di troppo” è il titolo del romanzo noir che Massimo Polimeni ha ambientato in Sicilia e che è stato presentato ieri, venerdì 31 maggio, al Palazzo della Cultura, in occasione ed a chiusura della rassegna “Maggio dei libri”. 

Il giornalista Piero Maenza ha introdotto e commentato il libro, mentre Riccardo Maria Tarci ne ha letto alcuni brani

Il catanese Polimeni, dopo una carriera di giornalista nella sua città ed un lavoro manageriale che lo ha portato a viaggiare in giro per il mondo, vive ora a Roma, dove ha riscoperto un talento per la scrittura che le esperienze di una vita hanno contribuito ad arricchire.

Il noir è un genere letterario che di questi tempi conta molti appassionati e sono tanti gli scrittori, anche italiani, che vi si dedicano. 

Polimeni si ritaglia il suo spazio e, con una scrittura agile, a volte scanzonata a volte introspettiva, racconta una storia che a personaggi singolari, alcuni un po’ sopra le righe ma mai troppo improbabili, affianca fatti tragici e attuali. 

Il traffico di organi, i traumi dei profughi, lo sfruttamento sul lavoro, la violenza coniugale, la mentalità mafiosa così dura a morire, sono i temi, alcuni più approfonditi, altri appena accennati, presenti nel libro. 

Un po’ troppi, forse, ma la storia scorre veloce e le brevi ed originali annotazioni sul paesaggio, le citazioni da scrittori amati, le argute descrizioni fisiche dei personaggi, punteggiano la vicenda e ne rendono più vivace il tono smorzando le scene più truci. 

Un po’ di cinismo in questo genere di narrativa è d’obbligo, e si sente che all’autore non manca la conoscenza dell’animo umano e dei suoi più bassi istinti, ma c’è anche uno sguardo interessato al grande mistero che è ogni uomo, ed è sempre presente un granello di pietà per le esistenze miserevoli di uomini che spesso annegano nella solitudine mentre combattono contro qualcosa più grande di loro, un trauma, una malattia, o semplicemente il male ineffabile di essere al mondo. 

Poi c’è la Sicilia, e il suo mare soprattutto, magnifico sfondo di una storia nella quale si muovono, insieme ai tanti siciliani, un nero americano con la passione del blues che fugge da un delitto commesso e da una vita di miseria e sfruttamento, una profuga siriana traumatizzata dal passato ma con una grande capacità d’amore, un arabo colpevole di un grosso furto, un bambino che ha bisogno di essere salvato. 

Man mano ci vengono presentati anche altri personaggi, sempre oggetto di curiosità amichevole da parte dell’autore.

Facciamo così la conoscenza di un pescatore di Ognina immancabilmente fedele della “madonna bambina”, di alcuni avventori in un bar malfamato della Plaia, e certo non può mancare la figura dell’ispettore, in questo caso gravemente malato, ma che ha comunque la forza e l’acume di condurre le indagini necessarie alla risoluzione del caso.

Alla vicenda principale legata ad un losco traffico d’organi si intrecciano le storie di una altezzosa nobildonna palermitana, di un uomo che ha incontrato l’amore ma che per viverlo ha bisogno di un cuore nuovo, e di un siciliano di ritorno dopo tantissimi anni dall’America per seppellire l’odiato fratello.

Tra i protagonisti figura infine la città di Catania: amata, odiata, nella quale è difficile vivere ma che è difficile abbandonare per sempre. 

Sparse lungo la storia ci sono tante piccole curiosità legate alla città: aneddoti, descrizioni un po’ innamorate e un po’ irritate, perché Catania cela la sua bellezza sotto un degrado di cui non si vede la fine e, mentre si disprezza, custodisce i ricordi dell’infanzia e della giovinezza e riempie il cuore di nostalgia, malgrado tutto.

di Sergio Sciacca
29.5.2019

Letture Sale&Pepe

www.salepepe.com

a cura di Lara F.

 "Non avevo letto nessun romanzo di questo autore, ma solo suoi articoli e interviste.
Non sapendo cosa aspettarmi mi sono affidata alle mie sensazioni, nate dalla lettura della trama e dal titolo “dall’animo leggero”.
Sono siciliana come l’autore, e in questo romanzo si respira e si vive la Sicilia appieno. Siamo isolani e da qui il nostro animo solitario, il senso di solitudine che ci pervade, ma allo stesso tempo la passione che ci caratterizza per natura.
Riusciamo a portare le emozioni al massimo, gelosia, amore, odio… li viviamo intensamente. Un libro dove per la prima volta vedo descritta la vera Sicilia, nel suo animo di bella e dannata.
Non si parla di Mafia, non si parla di faide, o perlomeno non solo quello, si parla di amicizia, di ricerca di verità, di “sbirri” che si prestano al gioco del reato per scoprire la verità.
Si parla di verità celate, di chiudere un occhio di fronte a un ricercato dell’Interpol, di sotterfugi, di storie antiche, di detti siciliani che amplificano il tutto: “assuppa viddanu”, “Chista è a zita, cu’ a voli s’a marita”, “cu li fimmini mancu u diavulu ci potti”. Ci ritroviamo a viaggiare coast to coast per la Sicilia, Catania e Palermo per la prima volta alleate, attraverseremo anche l’Atlantico e ricominceremo in America.
La confusione all’inizio regna sovrana, mi sono ritrovata spaesata, storie così diverse tra di loro, indipendenti oserei dire, che nella mia mente non sapevo più dove Massimo Polimeni volesse arrivare. Eppure alla fine tutto torna, la ragnatela ben tessuta arriva al suo centro senza neanche una smagliatura. Tutti i pezzi entrano perfettamente in quel puzzle di eventi e storie.
Lui parla di questo romanzo come spin-off del precedente (domani correrò a leggere il prequel), eppure non dà per scontato la nostra conoscenza dei personaggi, li descrive come solo lui può fare, la sua tecnica da giornalista è infallibile, la dialettica impeccabile. Ci troveremo ad essere testimoni di omicidi, Mafia “Surda”, traffico di organi, clandestinità, matrimoni misti, tradimenti, figli “bastardi”.
Arriveremo alla verità attraverso la via della menzogna, ma l’accoppiata colonnello della finanza-sbirro, oppure clandestino-emigrato, un cuore nuovo, un Gobbo e l’Americano intrecceranno i loro destini.
Un romanzo ricco di intrecci, personaggi complessi, colpi di scena da film, nella mia bella Sicilia, terra madre di “Al Capone”, ma anche di clandestini che barattano la loro stessa vita per un cuore amico.

Un noir contemporaneo in una Catania dalle fosche tinte.

di Marco Frullanti

 

Che la Sicilia si presti da sfondo alle vicende poliziesche,lo testimonia la storia della letteratura moderna e, più di recente, il successo del commissario Montalbano. Ma nel nuovo romanzo di Massimo Polimeni, dal titolo “Un respiro di troppo” (il terzo dopo i premiatissimi In Sicilia, un’estate Quel che resta oltre il buio), non aspettatevi i toni a volte sornioni o i personaggi imperfetti ma pur sempre positivi resi celebri da Andrea Camilleri.

L’autore svela subito le sue carte, o almeno alcune di esse, già dai primi brevi capitoli. In essi si raccontala tragica vicenda di Zu Pinu, una figura emblematica e vagamente pirandelliana che, nonostante l’indole apparentemente pacifica, porta il fardello della trascorsa affiliazione a un gruppo criminale mafioso, esperienza che gli ha segnato indelebilmente l'esistenza. L'azione passa quindi brevemente oltre oceano, in una New York distante dalle tinte patinate dell'immaginario collettivo. Una terra di confine dove cercare il riscatto, ma anche da cui fuggire. Proprio quello che ha fatto Giò, barista di colore, così chiamato dai suoi avventori catanesi, che alcuni abili investigatori scoprono essersi finto migrante per potersi rifare una vita proprio in Sicilia. L’uomo incrocia percorsi apparentemente paralleli di piccoli criminali e di investigatori dalle personalità complesse, di misteriosi avventori e di figli della buona società. Un cast decisamente pittoresco ed eterogeneo, che condivide un unico obiettivo: il riscatto, o quantomeno la redenzione dagli errori e dai drammi che si trascina addosso. Zu Pinu in questo non ebbe fortuna, andrà forse meglio a Giò? E cosa ne sarà degli altri? 

Da queste premesse, senza voler rivelare intrighi e colpi di scena che nelle pagine di “Un respiro di troppo” non mancheranno, appare evidente al lettore che non si tratta del solito giallo, e nemmeno di un thriller moderno, dove gli aspetti scabrosi sono fini a se stessi. 

La struttura narrativa peculiare del libro, che apparentemente non ha un protagonista definito né un'ambientazione centrale, può sembrare complessa da seguire nei primi capitoli. In realtà, i lettori saranno presto premiati da una trama intrigante, tutt’altro che banale e ricca di colpi di scena. Infatti, più che attraverso le parole del narratore o le digressioni dei suoi personaggi, il romanzo si sviluppa veloce, anche grazie ai dialoghi serrati nei quali l’autore dimostra di saper padroneggiare, sempre con correttezza formale, i vari registri stilistici. I vivaci scambi tra personaggi sono talvolta punteggiati con il dialetto siciliano, che dona colore e autenticità, senza per questo risultare difficile da comprendere anche a chi in Sicilia non ha mai messo piede, e senza nulla togliere all’eleganza della scrittura. 

Le vicende raccontate nel romanzo avvengono prevalentemente a Catania, città che evidentemente Polimeni conosce bene e di cui sa descrivere con efficacia il fascino e le contraddizioni, i riti e le abitudini, prediligendo luoghi meno conosciuti e certamente più autentici delle mete turistiche convenzionali. Tuttavia l'origine straniera di alcuni personaggi conferisce al romanzo un retrogusto cosmopolita, suggerendo che alla fine non conta la tua origine, o quale sia il tuo passato, ma chi sei veramente. I personaggi ritratti da Massimo Polimeni sono figure intriganti, ma non in senso convenzionale. Prima di essere vittime o carnefici, si tratta di individui soli, in balìa dei propri tormenti. Pertanto il lettore si troverà a risolvere un altro dubbio: quello che essi cercano davvero sarà il riscatto, la mera sopravvivenza, o altro? 

In sintesi, "Un respiro di troppo" è un romanzo ambizioso, sia per la sua struttura narrativa che per le tematiche trattate, spesso cupe e di forte attualità. Al contempo il libro è in grado di coinvolgere e di appassionare ogni lettore. In esso, si sceglie di dare voce a personaggi non convenzionali e dalla morale ambigua, apparentemente impossibilitati a compiere un percorso di redenzione. Un thriller, o meglio un  noir, appetibile a tutti, soprattutto a chi cerca un romanzo intrigante e in grado di lasciare il segno.

“Un respiro di troppo” di Massimo Polimeni: la recensione
di Michele Sabatini 

“Un respiro di troppo”, pubblicato da Words Editing, è il terzo romanzo dello scrittore catanese di nascita ma romano d’adozione Massimo Polimeni. Il libro arriva dopo “In Sicilia, un’estate” e “Quel che resta oltre il buio” entrambi editi da Nulla Die e ne rappresenta più che un semplice sequel quanto – come consuetudine dell’autore – un interessante spin off.

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La trama di “Un respiro di troppo” di Massimo Polimeni

Tornano quindi alcuni dei personaggi che abbiamo imparato a conoscere nei libri precedenti come il pescatore Zu Pinu, suo nipote Pippo Mustica. Torna soprattutto il colonello della Guardia di Finanza Anselmo Quattrocchi, come sempre determinato nell’adempimento del proprio dovere, provato dalla sua malattia ma rinfrancato dall’amore di Halima e dall’affetto dei suoi figli: la sua nuova famiglia. Altri personaggi si aggiungono allo scenario e si candidano a diventare protagonisti dell’episodio “che verrà”, in questa piccola “saga” che sin da subito si è fatta apprezzare per la coralità della narrazione.

Torna la Sicilia, un’ambientazione lontana da schemi e stereotipi, in cui si innesta la storia di Giò, un uomo di colore, ricercato per omicidio e fuggito da New York che, sbarcato clandestinamente sull’isola, finisce per mischiarsi ad un gruppo di migranti e tenta di costruirsi una nuova vita. Saranno nuovi incontri: un giovane amico che spera in un cuore nuovo, un ex-poliziotto arabo in attesa di poter riscuotere il frutto di un furto milionario, un bambino in cerca di una nuova famiglia.

Il nostro commento

Se il primo libro era adagiato sulla nostalgia e il secondo sul dolore, “Un respiro di troppo” evoca la solitudine di uomini in cerca di improbabili vie di fuga da un destino già scritto. Coinvolti in un’indagine sul tragico traffico clandestino di organi umani, ciascuno di loro continuerà a lottare per il proprio riscatto fino all’ultima mano di una partita in cui nulla appare razionale. Neanche per Giò che potrebbe salvare se stesso, la propria libertà e forse anche la vita del suo giovane amico a costo di accettare un rischiosissimo baratto.

Uomini soli, ma non immuni all’amore, perchè su tutto finiscono per prevalere gli affetti e le relazioni umane: la loro vitale importanza anche dopo decenni di silenzio, il bisogno di una casa dove rifugiarsi nella propria personale fuga, il ricordo sempre agognato del passato seppure imperfetto, l’impegno per fare del presente qualcosa di comprensibile, la ricerca di un futuro atteso ma mai immaginato, il senso della costruzione di sé e l’identità che solo una famiglia può dare.

Scritto con perizia, il linguaggio snello e la prosa semplice, misurata, “Un respiro di troppo” rappresenta per Massimo Polimeni una nuova tappa del suo cammino di scrittore. Un’indagine interiore che l’ha portato a mettersi alla prova ed esplorare il genere giallo-noir: una strada percorsa con sempre maggiore sicurezza ed una certa eleganza, secondo uno stile indipendente ed in grado di varcare felicemente i confini di genere. 

Chi è l’autore

Massimo Polimeni, catanese, è giornalista con un lungo trascorso da dirigente d’azienda. Ha vissuto a lungo all’estero (Seul, Tokio, New York), vive a Roma. Ha pubblicato “In Sicilia, un’estate” (2015) e “Quel che resta oltre il buio” (2017), entrambi editi da Nulla Die.

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