INFORMAZIONE INTERVISTE PERSONAGGI POSITIVI

MASSIMO POLIMENI, UN SICILIANO DI VALORE INTERNAZIONALE

di Antonio Omero

 

 

Intervistare un mio amico d’infanzia con il quale abbiamo vissuto anni struggenti al Clan dei Ragazzi diretto da Padre Nunzio Caprini e da Padre Ugo Aresco, mi emoziona un po’, ma certamente Massimo Polimeni, uomo realizzato all’estero ma che non ha mai dimenticato le sue origini siciliane, sposato con una meravigliosa siciliana, Dora Russo, saprà raccontarci del suo passato di successo come manager aziendale e quale attuale scrittore. Il cui suo ultimo libro, Un Respiro di troppo, per Words Editing, sarà presentato il 31 Maggio al Palazzo della Cultura di Catania. 

- Massimo da dove cominciamo? Passato o presente?

 - Da dove preferisci, Antonio.

- Nel 1974 scrivi testi e sceneggiatura e curi la regia di un lavoro teatrale dal titolo “Processo a Chicago”, basato sulla deposizione di Allen Ginsberg al processo contro gli organizzatori di una clamorosa protesta nel 1969. Il lavoro fu rappresentato al Teatro Gamma di Catania. Fu il tuo primo successo artistico?

- Bè, fu un successo dal punto di vista organizzativo. La compagnia era formata da attori all’epoca non professionisti ma molto bravi, che accettarono di mettere su questo spettacolo a titolo assolutamente gratuito. Il lavoro, come hai detto, era basato sulla deposizione di Allen Ginsberg al processo contro gli organizzatori di una protesta pacifista organizzata da un gruppo di intellettuali americani, poeti on-the-road e gruppi yippies. Nessuno tra i manifestanti  si sognava di utilizzare la violenza. La reazione della polizia invece fu molto più che violenta, devastante. Ne scaturì un processo-farsa che finì con condanne per tutti, anche per alcuni testimoni e persino per gli avvocati della difesa. Ne feci un lavoro di teatro documento che ebbe un buon successo anche di critica.

- Giornalista pubblicista dal 1980. Ti sei formato giornalisticamente tra Teletna, emittente televisiva fondata nel 1976 (prima tv privata italiana che riuscì a scardinare il sistema televisivo ufficiale dell’epoca, vincendo la cosiddetta “battaglia dell’etere”), Il Giornale del Sud, (il quotidiano fondato dal giornalista Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia), e Telecolor (altra emittente televisiva siciliana). Ti senti ancora orgogliosamente giornalista o cambieresti qualcosa in questa professione oggi molto caduta in basso e foriera di imbruttimento sociale? 

- Hai ragione, è così. Io credo nel dovere professionale, in tutti i campi, specie laddove si può influire sull’opinione della gente. Il mio concetto di giornalismo è moto distante dal modo in cui viene rozzamente e faziosamente praticato dalla maggior parte della categoria. E come vedi non temo nel manifestare il mio pensiero.

- Nel 1982 fondi e dirigi IN.TEA. (Iniziative Teatrali),  che presenta a Catania un importante cartellone teatrale con spettacoli di qualità e interpreti di assoluto rilievo quali Valeria Moriconi, Virginio Gazzolo, Carlo Cecchi, il Teatro dell’Elfo, all’epoca diretto da Gabriele Salvatores, Peppe Barra, Massimo Mollìca e altri ancora. Fu un’esperienza unica nel suo genere che ti portò ad essere lungimirante nella vita?

- Fu un’esperienza per certi versi esaltante per altri devastante. Credevamo di poter riempire il teatro grazie alla qualità degli spettacoli proposti, tutti realizzati da compagnie importanti. Non avevamo fatto i conti con il pubblico catanese, poco avvezzo alle novità. Solo in pochi decisero di tradire le proprie abitudini e i momenti mondani che erano soliti concedersi nel foyer dello Stabile o del Metropolitan. L’affluenza fu molto inferiore alle aspettative e ci rimettemmo un sacco di soldi. La soddisfazione di aver tentato un’operazione realmente culturale e senza precedenti fu però tanta. In ogni caso fu una follia.

- Tra il 1985 e il 1987 realizzi due documentari per conto della RAI (“Bellini, itinerario di un mito”, e “Agata tra sacro e profano”), messi in onda su RAI3. Di questi scrivi testi e sceneggiatura e condividi la regìa (con Orazio Ruggeri). Perchè non hai avuto altre proposte televisive da realizzare in Rai, Mediaset o altro?

- Mi sono trovato a un bivio. C’era in ballo la mia attività professionale con cui dovevo fare i conti, e una famiglia sulle spalle. Quando Alitalia, per cui ho lavorato per tanti anni, mi propose una posizione manageriale all’estero, dovetti staccare la spina “artistica” e dedicarmi solo all’azienda. E così mi ritrovai a Seul, lontano da tutti gli atri miei interessi.

- Hai abbinato l’attività giornalistica a quella meramente professionale (dirigente d’azienda nel settore del trasporto aereo) sino al 1987, quando sei stato trasferito all’estero, dove svolgerai la tua attività per una decina d’anni (Seul, Tokio, New York). Tu hai lavorato per Alitalia e Wind  Jet, come vedi oggi  il  mercato aereo in evoluzione commerciale o in caduta libera? 

- Ho lavorato a lungo per Alitalia, poi per Meridiana, quindi per Diners Club e poi per Wind Jet che ho contribuito a far crescere da piccola compagnia charter a terzo vettore italiano (prima low-cost italiano). Poi lo sviluppo non era nei piani della proprietà e la cosa finì purtroppo in maniera molto poco edificante. Io nei fatti avevo già lasciato quella compagnia. Il mercato del trasporto aereo necessita  di alte professionalità e di una grande capacità d’investimento. Ormai l’industria mondiale si è sostanzialmente consolidata con non più di dieci grossi operatori. Vedremo tutti gli altri pian piano sparire o essere assorbiti dalle major. In Italia possiamo raccontare la storia di tante occasioni perdute, e niente di più. Nel caso di Alitalia fondamentalmente a causa di scelte politiche che hanno finito per demolire la compagnia.

- Nel 2015 pubblichi per Nulla Die Edizioni il romanzo “In Sicilia, un’estate” (Premio Letterario “Raffaele Artese” città di San Salvo, 2016). Quale ispirazione ti portò a realizzare questo romanzo?

- La nostalgia e un profondo desiderio di fuga. Iniziai a scriverlo a New York e mi fermai più o meno a metà. L’ho ripreso nel 2015, vent’anni dopo,  e sono riuscito a finirlo. Il protagonista tenta di fuggire dalla realtà aberrante che lo circonda, tornando in Sicilia da Milano, dove è manager di successo. Ha inizialmente l’illusione che la sua terra, i profumi, i colori, la luce possano accoglierlo e trasferirlo nella dimensione calda e accogliente della sua giovinezza. Una sorta di ritorno nel ventre della madre in cerca di un conforto antico. Ma sappiamo tutti che non funziona così. Egli dovrà affrontare una dura realtà e fare i conti anche con il tempo che, passando, ha lasciato le sue tracce su uomini, fatti, luoghi.

- Nel 2017 pubblichi per Nulla Die il romanzo “Quel che resta oltre il buio”  (vincitore dei Premi Letterari Città di Acireale 2017, De Finibus Terrae 2017 e Città di Arce 2018). Ma cosa resta oltre il buio? È un giallo della vita?

- Oltre il buio della sofferenza c’è sempre una fioca luce che indica una via d’uscita. Ci sentiamo abbandonati, come grucce dimenticate su un vecchio materasso, in una stanza oscura. Basterà un timido bagliore a far emergere la speranza di poter continuare. Anche in questo romanzo come nel precedente e nel successivo, i contenuti psicologici e intimi sono poggiati su un letto noir.

- Nel 2019 pubblichi per Words Editing il romanzo Un respiro di troppo, un noir contemporaneo in una Catania dalle fosche tinte. 

 È un thriller, o meglio un noir, appetibile a tutti, soprattutto a chi cerca un romanzo intrigante e in grado di lasciare il segno.

Parlaci di questa tua ultima fatica letteraria.

- Un respiro di troppo ha un tema non dichiarato che è quello della solitudine, come Quel che resta oltre il buio aveva il dolore e In Sicilia un’estate la nostalgia. Il romanzo nasce casualmente dall’osservazione, al porto d Catania, dello sbarco di un gruppo di migranti. Mi chiesi se fosse stato possibile entrare nel perimetro delle operazioni, visto che volevo vivere da vicino quello sbarco. Notai che c’erano un paio di punti ciechi dove sarebbe stato in teoria possibile tentare di superare il controllo di tutta quella gente con divise diverse che si dava da fare nei pressi della nave. Tuttavia ritenni la cosa troppo pericolosa e imbarazzante: in breve mi avrebbero individuato con tutto quello che ne sarebbe conseguito (il mio tesserino di giornalista non mi avrebbe evitato un mucchio di guai). Pensai però che se avessi avuto la pelle nera il mio ingresso in quel perimetro sarebbe stato forse possibile. Mi avrebbero scambiato per uno dei migranti che magari si era staccato inconsapevolmente dal gruppo. Così ho cominciato a costruire una trama. Il protagonista è un afro-americano, sbarcato clandestinamente da un mercantile ormeggiato nei pressi della nave dei migranti. Fugge da un omicidio commesso a New York e tenterà di rifarsi una vita a Catania. Intreccerà le vite parallele di tanti singolari personaggi che, come lui, si trascinano addosso drammi e problemi d’ogni genere. Ma è possibile rifarsi una vita? E a che prezzo?

- Quale messaggio vuoi lasciare al lettore di Buone Notizie dalla Sicilia.tv e cosa ne pensi del nostro Portale positivo?

- Un portale dedicato a tutto quanto di buono e interessante avviene nella nostra terra ci fa sentire meno preda di quanto di negativo avviene quotidianamente attorno a noi. Il rischio è proprio quello di deprimersi e immaginare che la società non riesca ad elaborare niente che possa andare al di là della cronaca nera, o che in Sicilia non esistano risorse straordinarie e persone brillanti che sanno utilizzarle. Complimenti a Buone Notizie dalla Sicilia, perché si intuisce subito il grosso lavoro di ricerca e di approfondimento su arte, spettacolo, imprenditoria e quant’altro rende unica questa nostra terra, sempre in bilico tra passione e depressione, tra esaltazione e mestizia, tra bellezza impareggiabile e marciume. Concentriamoci  sul buono, aborriamo le nefandezze e lavoriamo per un nuovo rinascimento delle menti. Credo sia questo il messaggio del vostro portale.

18.5.2019

Un respiro di troppo | Massimo Polimeni

Scritto Da redazione il 18 Aprile 2019


La trama 

Può un uomo di colore, ricercato per omicidio, fuggire da New York, sbarcare clandestinamente in Sicilia, mischiarsi a un gruppo di migranti e tentare poi di costruirsi una nuova, inaspettata esistenza? Joe intreccia la sua storia con quella di un giovane amico che spera in un cuore nuovo, di un tenace investigatore che non vuole arrendersi al suo male, di un ex-poliziotto arabo in attesa di poter riscuotere il frutto di un furto milionario e di altri singolari personaggi. Uomini soli che cercano improbabili vie di fuga da un destino già scritto. Non basteranno il travaglio interiore e le drammatiche esperienze che si trascinano addosso: essi si troveranno, infatti, coinvolti in un’indagine sul tragico traffico clandestino di organi umani. Non c’è nulla di razionale nell’oscura realtà nella quale si muovono, ma nessuno di loro cesserà di battersi per il proprio riscatto. Joe potrebbe salvare sé stesso, la sua libertà e forse anche la vita del suo giovane amico. Dovrà però accettare un rischiosissimo baratto.

Un respiro di troppo di Massimo Polimeni si presenta come un romanzo originale, connotato dal presupposto inaspettato ma credibile che origina la vicenda, intenso, per la tessitura della trama e dei personaggi, nonché intimo, perché pur trattandosi di un noir psicologico, dà molto spazio a tematiche fortemente interiori, quali il desiderio personale di redenzione e di riscatto.

Ma come nasce la storia narrata nell’opera in questione e, soprattutto, perché è stata trasferita sulla carta? Ce lo rivela lo stesso autore: “Da un evento al limite del plausibile: un uomo di colore si mischia casualmente a un gruppo di migranti che sbarca da una nave ONG a Catania. È in realtà un afro-americano e si scoprirà dopo di chi si tratta. I temi che si sviluppano da questo evento sono riconducibili alla condizione di precarietà e di intima sofferenza che caratterizzano questo personaggio e anche gli altri che, nei modi più diversi, entrano in contatto con lui.  Uomini soli, ma non immuni all’amore, perché su tutto finiscono per prevalere gli affetti e le relazioni umane: la loro vitale importanza anche dopo decenni di silenzio, il bisogno di un luogo dove porre fine alla propria personale fuga, il ricordo sempre agognato del passato seppure imperfetto, l’impegno per fare del presente qualcosa di comprensibile, la ricerca di un futuro atteso ma mai immaginato, il senso della costruzione di sé e l’identità che solo una famiglia può dare”. 

Tematiche forti, intense, che consentono al lettore di ritrovarsi tra le pagine di questa avventura, partendo già dal titolo, legato a un evento narrato alla fine del romanzo, del tutto inatteso e drammatico. Anche la copertina ha il suo bel perché: l’autore si è avvalso di un ottimo graphic designer, Walter Ferrario. Gli ha inviato una foto che secondo lui si avvicinava all’idea che aveva in mente, ma che non lo soddisfaceva totalmente…da lì il professionista chiamato in causa ha iniziato il suo lavoro di ricerca culminato nel “biglietto da visita” di Un respiro di troppo. 

 

L’autore

Massimo Polimeni ha scritto testi e sceneggiature e curato la regia di un lavoro teatrale dal titolo “Testimonianza a Chicago”, basato sulla deposizione di Allen Ginsberg al processo contro gli organizzatori di una clamorosa protesta nel 1969. Il suddetto lavoro è stato rappresentato al Teatro Gamma di Catania. 

Il nostro autore è giornalista pubblicista dal 1980. Ha fondato e direttoIN.TEA. (Iniziative Teatrali), che ha ospitato a Catania, nel proprio cartellone attori quali tra gli altri Valeria Moriconi, Carlo Cecchi, Massimo Mollica, Peppe Barra e compagnie quali il Teatro dell’Elfo, quand’era diretto da Gabriele Salvatores. 

Ha realizzato due documentari per conto della RAI (“Bellini, itinerario di un mito”, e “Agata tra sacro e profano”), messi in onda su RAI3. Di questi è stato autore dei testi e della sceneggiatura e ha condiviso la regìa. 

Nel 2015 ha pubblicato per Nulla Die Edizioni il romanzo “In Sicilia, un’estate”. Il libro vince nel 2016 il Premio Letterario “Raffaele Artese” (Premio San Salvo 2016). Nel 2017 pubblica, con la medesima casa editrice, “Quel che resta oltre il buio” (Premio De Finibus Terrae 2017, Premio Città di Acireale 2017). Per motivi professionali ha a lungo vissuto all’estero (Seul, Tokio, New York). Attualmente vive a Roma

Ma come ha avuto origine il suo amore per la scrittura? “Ho iniziato giovanissimo a nutrire uno straordinario amore per il giornalismo – ci racconta Polimeni – ero direttore del giornale scolastico all’istituto superiore, giornale che veniva regolarmente stampato in tipografia. Più tardi sono entrato nella redazione di un’emittente televisiva, non una qualunque, ma Teletna, quella che scardinò il monopolio della Tv di Stato grazie a una storica sentenza del Tribunale di Catania. In seguito conseguii i titoli per essere iscritto all’Ordine dei Giornalisti”.

Al momento è impegnato nella scrittura di una commedia teatrale, dedicata alla memoria del caro amico e grande attore Gilberto Idonea, scomparso recentemente. Il titolo provvisorio è “A cena con Lui”.  Nel contempo scrive i primi appunti per il prossimo romanzo. 

Il legame con la sua città natale, Catania, è sempre molto forte, tant’è che ci dice: “Ogni volta che posso vado lì in cerca delle atmosfere che mi hanno accompagnato sino ai miei trent’anni, prima di lasciare l’isola. Ogni mia storia è nata in Sicilia da un evento o da un’emozione provata nei luoghi conosciuti e frequentati in gioventù”.

QUI la nostra intervista a Massimo Polimeni

 

Lo stile 

In fatto di stile l’autore di Un respiro di troppo afferma “Difficile definire il mio stile. Per il primo romanzo un recensore ha parlato di Vittorini. Devo dire che lui mi ispira moltissimo. Per il secondo libro è stato scomodato anche Brancati. Comunque si tratta di autori che amo moltissimo e che certamente hanno contribuito alla mia formazione. Amo il cinema e cerco di scrivere tracciando storie e ritmi, e descrivendo luoghi come in una sceneggiatura. Un autore con il quale sento di avere qualche affinità è Gianrico Carofiglio. Tendenzialmente concedo sempre maggiore spazio alla dimensione psicologica del romanzo e quindi tendo ad utilizzare il contenuto noir essenzialmente come strumento”. 

Non può esserci stile senza ispirazione o, meglio, fonti di ispirazione. Infatti, la nostra curiosità su ciò che ha ispirato la stesura di Un respiro di troppo viene soddisfatta così dalle parole di Polimeni: “In questo modo ho la possibilità di parlare di Joe, il protagonista del mio romanzo. L’ho conosciuto a New York quando ho vissuto in quella incredibile città. Mia moglie era in Italia in quel periodo. Alcuni amici mi indicarono un locale di Spanish Harlem dove si potevano ascoltare jam session di jazz. Ci andai. La zona era tutt’altro che raccomandabile. Si trattava di un localaccio piccolo e buio con pochi tavoli, nudi e malmessi Su una pedana iniziarono a susseguirsi performances di personaggi unici, tutti tassativamente di colore (ero l’unico bianco nel locale). Alcuni di questi erano probabilmente homeless o comunque messi male in arnese. Ma si trattava di straordinari musicisti. Si esibiva un sassofonista, poi toccava a un pianista cui faceva seguito un clarinettista e via di seguito. Mangiavo chicken wings e ascoltavo la mia musica preferita. Ero felice. Poi un uomo sui quarantacinque anni si è messo a cantare accompagnandosi al pianoforte. Riuscii a invitarlo al mio tavolo e parlammo per circa mezz’ora. Quell’uomo è poi diventato il mio Joe. Purtroppo non sono più in contatto con lui”. 

Non manca poi il contorno autobiografico: “In ciascun personaggio c’è qualcosa di me. Ma io non sono nessuno di essi. Diciamo che con ciascuno di loro condivido le mie imperfezioni – ci dice l’autore, andando a pescare anche tra le sue letture preferite, che in qualche modo lo hanno influenzato, oltre che ispirato – per restare nell’ambito della contemporaneità, cito Khaled Hosseini (Il cacciatore di Aquiloni e, ancor più, Mille splendidi soli) un autore straordinario che, come pochi, sa penetrare gli angoli più remoti dell’anima. Poi Paulo Coelho, sul quale non spendo una parola perché sarebbe assolutamente ridondante e inadeguata tant’è grande il suo talento di autore e straordinario il suo stile di narrazione. Aggiungerei un autore poco noto in Italia che ha scritto un libro dalla lettura difficile e impegnativa, ma certamente originale e intensa: Saša Stoianović con il suo War. Il libro è affidato a trenta voci (trenta, quanti i denari guadagnati da Giuda), che narrano del compito dei quattro evangelisti, più Maria Maddalena e Giuda, che vengono inviati a scoprire la verità sulla guerra in Kosovo. Mi piace anche leggere poeti poco o niente conosciuti in Italia come il russo Boris Rizhy(colpevolmente non edito in Italia) e il curdo Golan Haji. In qualche modo la mia narrazione evoca nelle atmosfere e nei ritmi, quella di Faletti (Niente di vero tranne gli occhi). Ho molto apprezzato Stieg Larsson (La regina dei castelli di carta) per la sua capacità di ordire la trama e di sicuro è stata per me una fonte di ispirazione. Quanto ai personaggi, dal momento che molte vicende si svolgono in Sicilia, la loro connotazione è suggerita dalle letture di Sciascia (Il giorno della civetta): il mio è un popolo quasi immutabile”.

                   Presentazione di Quel che resta oltre il buio - Palazzo della Cultura, Catania 4.3.2017 - intervista di Sud Press - 

AIRNEWS: tre domande all'autore di Quel che resta oltre il buio

 24.1.2017

 

http://www.airnewsinternational.it/testi11.html

 

I LIBRI

 

POLIMENI E "QUEL CHE RESTA OLTRE IL BUIO"

 

ROMA - Torna Massimo Polimeni con un nuovo romanzo: "Quel che resta oltre il buio".  Catanese, giornalista e dirigente d’azienda, Polimeni ha vissuto a lungo all’estero (Seul, Tokio, New York). Ora vive a Roma e nel 2015 ha pubblicato "In Sicilia, un’estate".

Solo quando il dolore entra nella tua esistenza  comprendi quanto smisurato sia lo sforzo per continuare a vivere. Si presenta sotto forme diverse e tutte strazianti. Quello fisico, accompagnato dalla sofferenza psicologica che mina ogni certezza morale; quello generato dalla lotta estrema in difesa della Fede e delle proprie intime convinzioni. O ancora, il supplizio generato dalla violenza, dalle ingiustizie, dalla privazione della dignità. Il colonnello Quattrocchi ha sgominato un traffico d’armi, ma è ancora alla ricerca degli ultimi criminali sfuggiti alla cattura. Il suo male sembra privarlo di ogni volontà di vivere. Insieme al poco amato fratello sacerdote e a un’affascinante immigrata siriana cercherà quell’unico raggio di luce capace di generare una nuova speranza. Al di là del buio resta sempre una luce inattesa. Basta saperne cogliere il bagliore.

 

Tre domande all'autore:

 

1. Qual'è stata la fonte ispiratrice del libro?

Il dolore e le sue molteplici manifestazioni. Quello che molto spesso sottovalutiamo  è la sua incombente presenza che, il più delle volte, si manifesta in maniera improvvisa e inaspettata e  che cambia sostanzialmente l'esistenza degli esseri umani. Del dolore si parla, in genere, quando ci si riferisce a terzi. E' normale che sia così. Il dolore degli altri è scontato, il nostro lo ignoriamo sino a quando inaspettatamente si presenta e ci obbliga a ingaggiare una lotta estenuante.

 

2. Nel libro si parla di un dolore fisico, di uno  sostanzialmente psicologico e di un altro che è spirituale. Hanno tutti la stessa intensità?

Il dolore che affrontiamo è sempre quello più devastante, quello che ci obbliga a far ricorso a tutte le nostre risorse per poterlo contrastare.  Il dolore spirituale può sembrare il meno pesante tra questi tre. In realtà può essere distruttivo come e più degli altri.

 

3. Ne possiamo uscire?

Non sempre e non del tutto, nel senso che dopo averlo affrontato non potremo più essere quelli di prima. Potremo superare  un male fisico, o  psicologico o, più difficilmente, quello di una perdita, ma non saremo più gli stessi. Nel dolore siamo obbligati a viaggiare in  una parte di noi stessi che non conosciamo e questo confronto alla fine ci cambia. Il più delle volte scopriamo di essere diventati un'altra persona. In tutti casi dovremo comunque convivere con i nostri fantasmi e le nostre nuove paure.

Agenzia Letteraria Paradigmi 

Intervista a Massimo Polimeni

Quando e perché ha iniziato a scrivere?

 

L’amore per la scrittura risale ai tempi della scuola superiore. Ho scoperto il piacere di scrivere grazie al mio professore di lettere che, a quei tempi, era davvero un innovatore nella didattica così come nella relazione con gli studenti. Ho messo su il giornale dell’istituto, poi, in seguito ho creato un giornale che veniva distribuito la domenica allo stadio in occasione delle partite della squadra del Catania. Bei ricordi. Il percorso mi ha portato nel 1977 nella redazione di Teletna, prima televisione privata ad avere scardinato il cosiddetto “sistema dell’etere”, grazie a una storica sentenza che ne sancì il diritto a trasmettere. Un diritto che divenne di tutti creando una vera e propria rivoluzione del broadcasting in Italia. Nel 1980 sono stato iscritto all’ordine dei giornalisti.

 

Vuole parlarci del libro In Sicilia, un’estate, che ha appena pubblicato con l’editore Nulla Die nell’estate del 2015?

 

Nasce da un desiderio di fuga che ho fortemente nutrito a un certo punto della mia vita aziendale. Vivevo a New York, città che non finirò mai di amare. I rapporti in azienda si erano fatti talmente tesi e complessi che a un certo punto desideravo tornare alle origini. Su questo ho costruito una storia articolata sul ritorno di un manager nella sua isola. Ho cercato di cogliere il contrasto fra il bello, che può anche essere struggente, e il brutto, che molte volte è tragico, della Sicilia.

 

Che tipo di ricerca ha dovuto affrontare durante la scrittura del suo romanzo?

 

Direi che il romanzo è sostanzialmente fondato su una ricerca interiore e sulla mia conoscenza di taluni meccanismi.

 

A chi si ispira nel dar vita ai suoi personaggi?

 

A gente che ho realmente incontrato e di cui ho colto aspetti caratteriali e comportamentali.

 

A quale personaggio o evento del suo libro è più affezionato e perché?

 

Stranamente a un personaggio piccolo piccolo. Tale “Zu’ Pinu”, zio Pino. Un sessantenne mezzo pescatore e mezzo delinquente. Scuro di carnagione e molto trasandato. Un uomo di pochissime parole di cui però si intuisce la filosofia di vita certamente profonda, anche se non condivisibile.

 

Che rapporto ha con i suoi personaggi, al di fuori del singolo libro? Continuano a stare nella sua vita o se ne vanno una volta che scrive la parola fine?

 

Non potrebbero andarsene via da me. Li alimento nella mia immaginazione e mi interrogo su cosa facciano adesso, fuori dalla loro storia.

 

Quali sono i libri che più l’hanno influenzata?

 

Li cito in ordine sparso, da quando ero ragazzo: Il gabbiano Jonatan Livingston di Richard Bach, Il busto di gesso di Gaetano Tumiati, Che ci faccio qui di Bruce Chatwin, On the road di Jack Kerouac, un po’ tutto Brecht, Vita di Melania Mazzucco.

 

Se potesse incontrare di persona uno scrittore o una scrittrice, chi sarebbe e perché?

 

Avrei voluto incontrare Giorgio Faletti. Mi affascinano i diversi aspetti della sua personalità che ne hanno fatto, fra l’altro, un attore splendido e un ottimo scrittore.

 

Che finalità può avere la narrativa in rapporto alla memoria e all’oblio? Si legge più per ricordare o per dimenticare?

 

Decisamente per dimenticare. Leggere credo sia il modo migliore per fuggire dal proprio quotidiano, almeno per qualche ora.

 

Ha altri libri nel cassetto o progetti in fase di stesura?

 

Sì. Scrivo un romanzo che ha vita propria, pur essendo collegato con “In Sicilia, un’estate”. Ci sono troppe situazioni che sono rimaste in sospeso e diversi personaggi che reclamano uno spazio maggiore.

 

Qual è un autore classico e uno contemporaneo che è necessario leggere oggi, e perché?

 

Omero senza alcun dubbio tra i classici. Chi può trasmetterci emozioni simili all’Iliade e all’Odissea? Oggi mi butterei sugli scrittori medio-orientali come ad esempio Khaled Hosseini (impareggiabili i suoi Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli). Aprono la mente a un universo lontano e affascinante ancorché devastato e immiserito da guerre e persecuzioni.

 

Lei redige una scaletta, uno schema del suo romanzo, una sinossi prima della stesura? Come concilia l’aspetto pulsionale con quello razionale nella scrittura?

 

Ho un’idea di base, ma poi la scrittura trova le sue strade, molte volte imprevedibili.

 

Che cosa le piacerebbe lasciare impresso nella memoria dei suoi lettori?

 

Anche solo un’emozione.

 

Come affronta le fonti di distrazione, i familiari e le incombenze quotidiane, quando scrive?

 

Nessun problema. Mia moglie rispetta il mio isolamento nello studio. È una lettrice accanita, anzi compulsiva.

 

.

 

Da manager e professionista del marketing quale lei è, che cosa si potrebbe cambiare nell’approccio ai libri, nella gestione delle librerie e nei vari processi dell’industria editoriale per favorire la lettura? Che rapporto ha con le librerie e i libri?

 

Cominciamo col dire che gli investimenti in comunicazione a supporto dei libri, di norma, sono di piccola entità. Non voglio fare paragoni con il cinema, si tratta di industrie strutturalmente ed economicamente molto distanti, ma oggi solo i veri lettori riescono a seguire il mercato. In questo modo i potenziali nuovi lettori non vengono attirati dall’industria del libro. Poi vorrei dire che lo strapotere delle grandi case editoriali taglia di netto la strada agli editori minori e indipendenti. Figuriamoci adesso con l’acquisizione di RCS Libri da parte di Mondadori. Dovrebbe esserci una quota obbligatoria imposta ai librai per l’acquisizione di titoli di editori indipendenti. Così il lettore potrebbe migliorare di tanto la propria scelta sugli scaffali. Quanto alle librerie, devono modernizzarsi e diventare luoghi di incontro, di happening, di sosta e di lettura.

 

Qual è stata la sua reazione quando ha avuto fra le mani il suo primo libro?

Sorridevo soddisfatto come un bambino a cui hanno fatto un bel regalo perché si è comportato bene.

 

 

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