Pensieri & Parole

SUGGESTIONI IN CITTÀ

 

 

 

Passeggio. Mi piace farlo la domenica mattina, quando Catania ancora sbadiglia e langue dopo i bagordi del sabato sera. Quasi immobile, giace immersa nella sua splendida luce, accucciata in se stessa, nell’indolenza e nell’abbandono, impudica e stanca dopo una nottata di movida impegnativa e faticosa. Cammino per quasi un’ora ma i polmoni non vanno in riserva, compensati da quanto gli occhi assorbono nell’anima. Ho deciso di raggiungere via Etnea e di percorrerla tutta, sino a Porta Uzeda. Devo far presto. Da lì a poco la gente si riverserà nei bar, gelaterie e tavole calde. Nessuno in città è solito rinunciare, nel “dì di festa”, almeno a una granita con la brioche. La città vive il suo risveglio e a me piace quand’è di quell’umore. Indolente e un po’ puttana, si offre allo stupro gastronomico del suo popolo che poi, con lo stomaco già ricco di zuccheri e grassi, affollerà le pasticcerie. Tutti dovranno dotarsi di vassoi straripanti di cannoli, cestini di fragole, bignè, diplomatici, cassate, minne di Sant’Agata e altro ben di Dio. Guai tornare a casa o recarsi a pranzo da amici e parenti senza un abbondante carico di dolci. È un vezzo che resiste al tempo, magari i quattro cannoli di una volta  sono diventati un grande cabarè di paste assortite, ma la sostanza è la stessa. Entro nel Giardino Bellini (Villa Bellini, per noi indigeni). Vago in cerca dei cigni nella vasca all’ingresso e delle macchinine con i pedali nel grande spiazzo centrale. Impresa pateticamente fallita: è passato ben più di mezzo secolo e non me ne sono accorto. Si vede che non vivo qui da più di trent’anni. Mi chiedo cosa direbbe del suo giardino il principe Ignazio Paternò Castello, progettista e primo proprietario dell’opera: oggi è poco più di un parco urbano, nulla a che vedere con l’opera sontuosa di un tempo. Tant’è. È già ora di rincasare.

Dalla controra in poi, la domenica sfuma lentamente in un giorno qualunque, si omologa a una giornata ordinaria, e la città smorza lo charme esibito con la leggera eleganza della prima donna. Amante e succube del suo vulcano, discinta e sensuale sulla sua costa o sublime nel suo barocco da sera. Lei, esperta fenice risorta dalle ceneri, irriverente e impavida, fascinosa e snob, tollerante e indifferente alle provocazioni, resiliente per natura. Sempre e comunque unica.

L’INSOSTENIBILE LEGGERENZA DEL PENSIERO AMORFO.

Nel tentativo di mantenere la pressione sanguigna entro i limiti della norma e di non provocare infiammazioni al colon, ho deciso da qualche tempo di leggere su Facebook solo i post che so essere redatti da persone equilibrate, di buona cultura e portatrici sane di considerazioni ponderate e spesso sorprendentemente originali. Lascio lo starnazzìo della pletora faziosa e sloganeggiante al proprio quotidiano impegno. Per costoro è infatti necessario scaricare il proprio livore senza aggiungere un minimo tassello a un sano dibattito o alla formazione di un pensiero. Essi rappresentano i replicanti: gente che condivide qualunque messaggio possa essere affine alla propria posizione politica o culturale, senza la benchè minima valutazione critica. Si tratta di quelli che sono comunque contro qualcosa o qualcuno, o comunque a favore di qualcosa o qualcuno. In Italia ne abbiamo un esercito: tutti allineati e coperti dietro i proclami dei loro leader (ne hanno sempre uno e lo osannano), infallibile e pertanto perennemente nel giusto, anche quando esprime la propria stoltezza o viene beccato con le mani nella marmellata. Questa massa festosa e festaiola è colorita e cangiante: si va dal giustizialismo al negazionismo, dall’oltranzismo al razzismo, dall’integralismo al totalitarismo. L’importante è che il pensiero senza forma possa sempre aleggiare e magari trovare nuovi piloti di aquiloni che ne aiutino il volo. Sto leggendo Milan Kundera, “La festa dell’insignificanza”. Il solo titolo vale l’acquisto. Non è una lettura semplice. È un romanzo mentale più che basato su una trama. Con una scrittura leggera l’autore ci mette  davanti ai misteri irrisolti della vita, e quell'irrisolto che ognuno si porta dentro è al contempo tanto pesante, da essere insignificante e universale. E allora tutto diviene insignificante: i gesti, le parole, le bugie, gli scherzi, le assenze, gli amori mancati, la morte. In una parola: ad essere insignificante per Kundera è l'individuo, la vita stessa di personaggi del tutto comuni e senza storia, così come anche di taluni grandi della storia. Tutti leggeri, inconsistenti come una piuma che all'improvviso qualcuno s'accorge cadere dal soffitto di una sala da ballo. Una scena affollata, costellata di esistenze cangianti nel personaggio successivo, incapaci di segnare un sentiero, di lasciare una traccia. Tanto nella vita quotidiana quanto nella storia. “L’insignificanza è l’essenza della vita”, fa dire l’autore a uno dei suoi personaggi. Questa considerazione mi conforta e rende più tollerabile il “pensiero amorfo”.

HO SOGNATO.

 

Ero imbottigliato in un ingorgo infernale. Avete presente uno di quelli che ci bloccavano per ore facendoci smadonnare come camalli del porto di Genova? Qualcosa del genere. Era magnifico. Una moltitudine di gente a contatto di gomito, che stramalediva il perfido destino, condannata ogni mattina ad affrontare quella mattanza di fegati corrosi, stomaci contratti, pulsazioni accelerate. Due uomini litigavano, mettendosi le mani addosso. Senza mascherine. Tutti preda dell’angoscia: accompagnare i figli a scuola, spingerli fuori dall’auto ancora in movimento, percorrere un tratto in divieto di transito per evitare il semaforo sistematicamente rosso, e sperare di arrivare con un ritardo nella tolleranza, per strisciare al volo il badge dentro quella fessura cinica e irridente come una Bocca della Verità. Che tempi! Mia moglie mi ha svegliato sul più bello. Sognavo di essere giunto a fine settimana e di godere della stessa felicità della donzelletta del Leopardi nel vivere il  “dì di festa”: un fine settimana finalmente a casa, evitando di rispondere al telefono, per paura che qualcuno frantumasse le scatole con visite o cene in pizzeria. Che orrore! Felice di rimanere a casa, con il telecomando surgelato su Sky a sorbirmi persino la pelota basca o il cricket o l’hurling. Che meraviglia. Mi sono alzato dal letto e sono andato in bagno. Ho guardato l’orologio, erano le dieci. Ho pensato che per il pranzo mancavano ancora tre ore e ho indugiato davanti allo specchio nel tentativo di ricordare il sogno che purtroppo svaniva. Ho guardato fuori dalla finestra: passava un cane, da solo, senza mascherina e di sicuro senza autocertificazione. Ho avuto un attimo di lucidità e ho capito che stavo vaneggiando. Vorrei scrivere qualcosa di serio, adesso che sono tornato su FB, ma non mi riesce. Mi piacerebbe dire qualcosa sull’Unione Europea che finalmente ha raggiunto una larga maggioranza, accomunata nella nausea per quell’amorfo e vischioso principio  di fratellanza e solidarietà, nascosto dietro una parete d’ipocrisia. Adesso sì che abbiamo qualcosa che ci lega: l’intimo desiderio di azzerare tutto, al punto di modificare la costituzione, inserendo l’atto d’abiura per chiunque osi atteggiarsi a “padre fondatore” di qualcosa. Ne abbiamo piene le tasche di apologeti del nulla.  Ma lasciamo perdere. Tornando a noi, stanotte spero di sognare ancora. Magari uno di quei giorni in cui càliavo la scuola (…bigiavo, marinavo, come preferite) e andavo a vedere con i soliti tre compagni un film della “mattinata popolare”, a duecentocinquanta lire. Ci permettevamo un “coppu” di càlia… appunto. Per gli amici non isolani, trattasi di ceci e semi di zucca tostati. Le bucce dei semi venivano spezzate con i denti ed elegantemente sputate: nel nostro caso, l’uno addosso agli altri. Sport impraticabile in tempo di virus. Anche per questo vorrei sognarlo ancora:  confusione, ingorghi, la dannata fretta, persino il desiderio di restare a casa. Sognare ancora, ricordando uno dei tanti bei cinema della mia città, ormai chiusi. Stritolati da anonimi supermarket dell’intrattenimento che ti smistano verso anonime sale numerate, tutte uguali, spersonalizzate. Come negli ospedali, dove vieni incanalato verso altrettanto anonimi reparti clinici dalle pareti monocolore, calpestando una freccia sul pavimento. “Quelle tristesse”, direbbero a Montmartre. Torniamo a letto, và.

E ALLA FINE USCIMMO TUTTI DI CASA

 

 

Non ricordo che giorno fu, è stato tanto tempo fa, nessuno ormai ci credeva. Nessuno immaginava che quella vita a cui ci eravamo faticosamente sottomessi potesse cambiare. All'inizio si disse che sarebbero bastate poche settimane, poi mesi, poi... anni. Poi, alla fine, arrivò un vaccino. Era la notizia che tutti aspettavamo da sempre. Scendemmo tutti per strada. In verità nessuno festeggiava, nessuno parlava. Silenziosi e spaventati, guardavamo stupiti tutta quella gente che ancora incerta si avvicinava: gli uni accanto agli altri, come avevamo dimenticato fosse la nostra vita prima di quella guerra. Lasciando le nostre trincee, la prima persona che riconobbi tra quei volti inaspettati e misteriosi fu lui, il mio migliore amico. C'eravamo separati tanti anni fa e, seppure non lo avessimo concordato, non ci eravamo più sentiti. Credo sia stato a causa del dolore che quella frattura improvvisa, radicale, aveva suscitato in noi. Gli chiesi dei suoi genitori, così, semplicemente come se ci fossimo visti sino al giorno prima. Mi disse che non c'erano più, che erano andati via, spazzati dal quel male come tanta, troppa gente. Un'ecatombe. Non mi rattristai, ormai non mi rattristava più nulla. Piuttosto ero sorpreso di esserci, di respirare ancora. La vita aveva perso senso. Era una cosa diversa, non posso dire se vuota o solo triste. Un'esistenza diversa, quella cui si abituano le persone colpite da qualche male che ne cambia le regole, il colore, la qualità. Ma ormai era quella, e noi ci eravamo abituati. Tanti bambini erano nati in quel lunghissimo periodo di oscurità, e non erano come gli altri, come lo eravamo stati noi. Non erano peggiori o migliori, solo diversi. Noi sopravvissuti ci guardavamo con un'espressione che galleggiava tra speranza e trepidazione, una terra di mezzo da cui, immaginavo, sarebbe stato difficile uscire. Decidemmo di spostarci verso la piazza, quella grande che esiste in ogni paese, persino in ogni borgo. Tutti, ma proprio tutti, ci muovemmo ciascuno verso la propria piazza. Un'auto senza conducente girava per le strade annunciando che adesso andava tutto bene, che ce n'eravamo sbarazzati, che eravamo liberi. Quell'auto mi fece pensare ai mezzi degli alleati tra la folla festante che lanciava fiori, che si abbracciava. Ma quel giorno nessuno si abbracciava, pochi avevano la forza di sorridere, i più lo avevano dimenticato. Chi poteva biasimarli? Poi un uomo prese in braccio un bambino. Restammo attoniti a guardare quella strana immagine mentre un antico profumo ci ricordò che il mare esisteva ancora. Il bimbo, dall'alto delle spalle di quell'uomo, spalancò la bocca sorpreso ed eccitato. La gente che li guardava riuscì piano piano a sorridere anch'essa. Molti si toccarono, alcuni, i più anziani, quelli che ricordavano come si facesse, si baciarono. Furono loro, gli anziani, i vecchi a esortare a prendersi per mano. Nessuno li derise, uomini e donne si guardavano negli occhi, semplicemente. Ecco, credo che tutto ricominciò da lì. E fu un bell'inizio.

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LO CAPIREMO? I segnali erano chiari. Qualcuno voleva che capissimo, ma non abbiamo voluto farlo. Qualcuno voleva che ci fermassimo ma non lo abbiamo neanche preso in considerazione . Assistiamo impassibili agli incendi che ci privano di ossigeno, ai ghiacciai che sciolgono l’Antartide, alla plastica che ci sommerge e ci asfissia. Guardiamo imperturbabili il nostro mare in agonia, la terra inaridirsi soffocata da temperature crescenti. Urliamo costantemente all’emergenza, travolti dai fiumi che trascinano montagne e spaccano strade mentre nei boschi centinaia di loschi individui incendiano i nostri alberi. Guardiamo alle nostre ambizioni ma non ci accorgiamo che vivere in queste condizioni diventa sempre più difficile e insostenibile. Calpestiamo imperterriti la terra dei fuochi e continuiamo a consentire l’occultamento di milioni di tonnellate di rifiuti tossici appena sotto la superficie del Pianeta. Alcuni lo stanno abbandonando, come la api. Ma a noi importa prestare l’attenzione al Grande Fratello e alle dabbenaggini di personaggi da copertina sempre più patinati e insulsi. Adesso forse capiremo? Un banale microrganismo acellulare è venuto in nostro soccorso per farci intendere a quale filo sottile siamo legati. Capiremo? I morti si contano ogni giorno a centinaia e ormai sono solo il parametro di un meccanismo, di un trend. Statistiche, unicamente numeri. Capiremo? Ma i morti non fanno paura, per adesso, perché sono quasi tutti anziani e vecchi. A chi importa se muoiono, alla fine loro devono andarsene prima di altri. Purché la cosa non tocchi noi, diventa sostenibile. Intanto alziamo gli occhi al cielo e non vediamo più un aereo. Non usciamo di casa e non osserviamo null’altro che gli oggetti conosciuti, antichi, banali come lo sta diventando la nostra esistenza, con o senza il coronavirus. Non abbracciamo un fratello, un figlio, un nipote, un amico da settimane. Ma abbiamo pur sempre la TV, Amazon e la spesa online: siamo a posto. Protetti nel nostro involucro fatto di nulla tranne che del nostro egoismo e della nostra insipienza, del vuoto che ci circonda. Fermiamoci, perché il prossimo segnale potrebbe essere fatale. Ma non lo faremo.

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SORPRESE, OPPORTUNITÀ, SCOPERTE. Alla fine è questo che resterà una volta dissolta la pandemia. I cinesi, ad esempio. Dopo aver visto il rigore con cui si sono attenuti alle regole (e non soltanto -come riduttivamente si è detto- per paura del Potere), la capacità di attrezzarsi in tempi incredibilmente brevi all'emergenza e, per ultimo, la generosa solidarietà dimostrata in termini pratici al nostro Paese, il giudizio e la nostra considerazione verso questo popolo potrà mutare sensibilmente. Una sorpresa. Altro esempio: il nostro presidente del consiglio. Misurato, non retorico, dignitoso, efficace, colto, riflessivo. Tremo alla sola idea che in questi momenti il nostro destino poteva essere nelle mani di chissà quale esagitato, e noi rappresentati da uno qualunque dei leader del cosiddetto arco costituzionale (ma questa è un’opinione personale). E ancora, la conferma che il nostro sistema sanitario nazionale ha una capacità moltiplicatrice inaspettata: infermieri, medici, modalità operative, al bisogno si sono amplificate senza ambigui ricorsi a regole sindacali, a tutele, a protezioni di varie forme. C'era da lavorare e bene, e lo si sta facendo a costo di enormi sacrifici, mettendo in gioco la propria salute, in dignitoso silenzio. E poi, la disponibilità della gente a compiere rinunce pesanti in tutto il Paese, senza eccessivi piagnistei e vittimismi. Inaspettato, dal tanto vituperato popolo italiano. Qualcuno dovrà ricredersi. La riscoperta dell'impagabile valore della libertà quotidiana fatta di piccole straordinarie cose, come fermarsi al caffè, fare una passeggiata, entrare in un negozio. E ancora, aver potuto chiacchierare senza limiti di tempo in famiglia e aver scoperto che c'era qualcosa che non conoscevamo della vita e dei sentimenti delle persone care. Le stesse che condividono gli spazi familiari in cui il più delle volte ci si incrocia in fretta, ci si saluta al volo, si scambia solo una battuta o poco di più. Questa sarà stata una grande opportunità. Come lo sarà aver mostrato ai più giovani che nulla è dato per scontato nella vita: dalla salute alla libertà personale, da un accettabile livello di serenità alla capacità di accettare le rinunce e rendersi disponibili ai sacrifici.

 

 

Sì d’accordo, non ce l’ho fatta. Ero lì lì per superare quell’ennesima crisi e i medici già si pavoneggiavano con mia moglie dicendole che “mi avevano preso per i capelli”, e che “l’operazione, per quanto resa impossibile per le mie condizioni, era perfettamente riuscita”. E che dire del sacerdote? “Un miracolo, un vero miracolo del Signore”, aveva sussurrato ai miei figli. Tutte cazzate, come se si potesse cambiare il corso della morte. Comunque, alla fine, meglio così. Non so adesso cosa mi aspetti. Intuisco che devo restare ancora qui, vicino al mio corpo, per un po’di tempo. Tutte le cose che mi preoccupavano, adesso perdono senso. Li guardo: ce la faranno tutti, anche senza di me, com’è ovvio. A ciascuno resta la propria vita e toccherà la propria morte che, parlando con voi, è stata molto meno complicata di come l’avevo immaginata. E’ bastato un salto del cuore a spegnere l’ultima traccia di questa mia banale deriva verso il nulla.

Ricordo tutto perfettamente. Il momento in cui sono venuto al mondo, mia mamma che piange, mio padre che entra in sala parto, i miei nonni che aspettano fuori con mio fratello e mia sorella. Ricordo il primo giorno alle elementari, il latte del refettorio che puzzava, la malattia a cinque anni che mi stava portando via anzitempo, gli impacchi di semi di lino sul petto…Ricordo la mia mano per la prima volta sul seno di una ragazzina, la prima volta che l’ho fatto e la rabbia per il no dell’adolescente di cui mi ero innamorato. Sì, ricordo tutto perfettamente, non come questi ultimi giorni, quando mi spostavo da una camera all’altra sapendo di dover fare qualcosa che avevo già scordato. Il mio corpo è pienamente efficiente adesso. Non vi saprei dire quanti anni ho. Sei o forse sessanta. Si stanno agitando tutti attorno a quello che ero. Troppe lacrime, troppo inutile dolore. Sono infastidito, devo allontanarmi. Purtroppo continuo a sentirli, come se fossi collegato in wi-fi. Speriamo si stanchino e mi portino via da qui nel più breve tempo possibile. Non ho sentimenti adesso, e spero che non si riaffaccino. Non voglio più avere nulla a che fare con la mia vita. E’ finita. Amen. Non me ne frega più niente di quello che è stato. Sono impaziente di sapere, di scoprire… ma non ho indizi. Nabokov diceva: la vita è una grande sorpresa. Non vedo perché la morte non potrebbe esserne una anche più grande.

Non sento la presenza di un Dio, non vedo angeli o demoni, sono sereno ma… inquieto. Potrei essere felice di non sentire più alcun disturbo fisico e del fatto di ritrovarmi totalmente in pace con me stesso. A parte l’inquietudine. Il passato non m’interessa più. Vediamo se ci sarà un’eternità e com’e fatta. Guardo i miei figli, sono sinceramente affranti. Non li posso aiutare, non potrò più farlo. A meno di clamorose novità, credo che tutto quello che si dice dei morti circa la loro vicinanza ai vivi sia una solenne cazzata. “Resterò sempre al tuo fianco…anche se non mi vedi io sarò accanto a te”. Non è vero, almeno credo. Io non appartengo più alla vita e quindi a quella gente. Auguro loro un cammino sereno e una dolce fine, ma non c’è da contarci troppo. Comunque, quello che lascio qui, non suscita in me alcuna nostalgia, nessun rimpianto.

Ma quando mi porteranno via? 

Adesso è il momento degli amici. Pochi, ma sempre qualcuno in più di quelli che ho avuto in vita. Da dove sono spuntati fuori? Ce ne sono almeno sei che non vedevo da anni. E’chiaro che non gliene frega molto del fatto che io non ci sia più. Non potrebbe essere diversamente. Se potessi, suggerirei loro di andare a bere una birra alla mia salute, da morto. Quello sì che mi farebbe piacere.

 Mi passa accanto altra gente, sono uguali a me. Non parla nessuno ma nessuno è triste, sembrano solo interdetti. E’ comprensibile: se avessimo conosciuto la fine, molti di noi non avrebbero neanche  iniziato.

 Perché hanno chiamato questi e non me? Che non venga in mente a nessuno di ricacciarmi nel mio corpo! Io sono morto e a me va benissimo così. Libero, senza patemi, senza sofferenze, senza rimorsi. Adesso sto bene. Sì davvero…sto bene. 

Ma che mi portassero via subito.

Non posso restare qui davanti a mia moglie e i miei figli che mi guardano in quel modo. Non voglio che piangano, avranno tante altre pene da affrontare e battaglie da combattere. 

Ecco è arrivato il momento. So che devo andare da quella parte. Devo andarci subito. Mi muovo. Finalmente saprò cosa mi aspetta adesso. Qualcuno pensi alla mia famiglia, li consoli, si occupi di loro. Io non potrò più farlo. Vado in un mondo dove non proverò più affetto né tormenti, questo lo sento.

Non sono più tanto sicuro che mi piacerà.

E SE VI RACCONTASSI DI QUANDO SONO MORTO?

La goffa partecipazione al dolore

      Lasciate perdere. Non insistete con inutili pietismi nel maldestro tentativo di consolare chi si confronta con il dolore: una malattia, una disabilità, una perdita. Evitate frasi inconsistenti come "devi pensare positivo... la vita continua... sei comunque accanto ai tuoi affetti... devi reagire... dai, pensa a quelli che stanno peggio di te", e altre simili facezie. Non abbiate la presunzione di aver compreso l'affanno e la sofferenza di chi vi è vicino. Non le conoscete e non potete sostituirvi al dolore. Il dolore è patrimonio esclusivo di chi lo prova. Peraltro che ne possiamo sapere di come si senta un cieco, o un malato di SLA? Questi incoraggiamenti, questi suggerimenti... lasciateli perdere. Hanno il suono della falsità, della commiserazione. Vogliamo parlare dei funerali? Ma sì, parliamone. "Sentite condoglianze" ... vuoto, freddo e inespressivo, "Ti sono vicino" ... sai che gliene frega?  "Sappi che io sono qui e per te ci sarò sempre" ...ma chi ci crede? Meglio non dire nulla, abbracciare in silenzio e accennare una lieve carezza sulla spalla. A chi importa qualcosa delle nostre parole in quei momenti? Pensate che confortino? Oppure sono solo alibi della nostra coscienza, tentativi di partecipazione, accompagnamenti inadeguati alla nostra presenza? Mi direte: ma cosa possiamo fare al di la di questo? Nulla. Questo è il punto. Evitate di mostrare a chi soffre la vostra compassione... non serve, e quasi sempre indispone. Altre volte viene archiviata in automatico nel cassetto delle patetiche commiserazioni. Noi scappiamo, scappiamo sempre dalla sofferenza degli altri. Ci fa star male, giudichiamo eccessiva ogni manifestazione di patimento (quando è manifestata dagli altri). Riusciamo a volte a essere partecipi, ma solo per qualche minuto. Siamo costantemente attratti dal polo opposto: la felicità, il benessere della nostra quotidianità. E' giusto, e per fortuna funziona proprio così. Di certo, non siamo dotati degli strumenti idonei per affrontare la sofferenza, la perdita, il dolore. Quindi, cerchiamo di evitare con cura di frapporci tra chi soffre e il suo dolore. Non lo comprendiamo, non lo possiamo condividere. I meno fortunati un giorno lo sperimenteranno sulla propria pelle e se ne renderanno duramente conto. Tutti gli altri possono sperare di cavarsela e di allontanarsi da questa Terra il più dolcemente possibile o, quanto meno, il più dignitosamente possibile. Già questo sarebbe un gran bel risultato.

Il senso della vita

C'è un momento nella vita, in cui si gira la boa e ci si rende conto di essere mortale. Non che non si sapesse anche prima, ma il pensiero - per quelle strane vie che la genetica costruisce - ti porta ad allontanartene. La morte, il dolore, la sofferenza sono sempre di altri. Non tue. Poi la vita, inesorabilmente, ti mette alla prova e tu rifletti sul senso della vita. Alcuni pensano che sia una truffa: a 20 anni ti fanno pensare che spaccherai il mondo, che raggiungerai chissà quali traguardi, che impegnandoti raggiungerai i tuoi obiettivi. Poi ti accorgi che la tua esistenza è ben diversa, fatta di tanto sacrificio, di poche o tante soddisfazioni, con qualche sprazzo di felicità di tanto in tanto. E a volte ti confronti con il dolore e ti accorgi quanto sia duro sostenerlo sulla tua pelle. Altri sono convinti che la vita sia un bluff: che dietro il presunto "libero arbitrio" in realtà non ci sia nulla. Che la vita sia un libro già scritto per te da altri. Ti siedi al tavolo e giochi la tua partita... ma non serve: qualcuno ha già visto le tue carte e previsto ogni tua mossa, non puoi vincere. Ti poni la famosa domanda: ma allora, qual'è il senso della vita? Ciascuno ha la propria risposta. Poi interviene la Fede. Più ne hai meglio è. Un amico una volta mi disse che la Fede è la più grande invenzione della vita: ti dà certezze che non possono essere provate. Nessuno è mai tornato dal mondo dei morti per testimoniare che c'è una vita eterna e la felicità suprema di vivere al Suo fianco. Nessuno, eppure chi ha Fede (io tra questi) ci crede con fermezza. Per inteso la mia Fede non supera i livelli del minimo sindacale. Sono tra quelli (la maggioranza tra i cattolici) che la domenica va in chiesa e due ore dopo non lo ricorda più. Dimenticavo di dirvi qual' è il mio senso della vita: lasciare un buon ricordo in chi mi ha incontrato (non posso pretendere in tutti, non sono di certo un santo...) e tanto affetto nei miei cari. Ripeto, ognuno ha la sua risposta, ma non credo possiamo andare oltre quel limite. Per il resto tutto è basato sul personale grado di sostenibilità della propria esistenza. Anche qui, ciascuno ha il proprio. Quando faccio il bilancio della mia vita fin qui, dico che è stata molto più che sostenibile (a parte gli scossoni ,le le vie impervie che talvolta sei obbligato a seguire e le sofferenze cui ti sottopone), con tante soddisfazioni, numerosi momenti di felicità e tantissimi affetti. Grandissimi affetti. Poi, ho girato il mondo, ho conosciuto persone straordinarie. Per il resto amo la vita, mi ci abbarbico e me la tengo stretta. Credo che sia un retaggio che mi ha trasferito mia madre; una donna straordinaria che sino a 89 anni ha sempre dichiarato di averne 29.

LA PESANTEZZA DI FACEBOOK NELLA RICERCA DI UN'IMPROBABILE LEGGEREZZA

Il mio editore mi spinge a scrivere post sul mio profilo o sulla mia pagina personale. Avvilito dalla sua insistenza ho deciso di condividere con voi questa riflessione, ma solo al fine di placarlo. Nell'ultimo numero di Report (trasmissione che mi piace talmente tanto da indurmi a evitare di guardarla ...per non star male dopo ogni singola inchiesta), è stato affrontato il tema della comunicazione finalizzata alla propaganda, ampiamente utilizzata da quasi tutti i leader politici. Alcuni, in modo talmente nauseante, per modalità e contenuti, da stimolare il desiderio di istantanea cancellazione da tutti i social. Io, tra notizie palesemente fake e notizie sospette di falsità (per cui necessita perdere un po' di tempo per una verifica obiettiva), mi sto sfiancando. Uno strumento nato per amplificare l'empatia e la comunicazione sociale tra singoli e tra singoli e gruppi di comune interesse, è divenuto un letale strumento di persuasione di massa e di comunicazione tanto violenta quanto intrisa di menzogne. Ma noi desideravamo solo essere più leggeri, provare a mantenere un contatto più efficace con i nostri amici, con chi nutre i nostri stessi interessi, con chi percorre la propria esistenza basandosi su un sistema di valori condivisibile. Pensavo fosse così, molto ingenuamente. Si fa presto però a capire come funziona. Di certo la necessità di una sostenibile dose di leggerezza e la sua conseguente ricerca io non le ho abbandonate. Non è sicuramente Facebook il mezzo funzionale. Vabbè ...ci aggrapperemo a qualcos'altro. Un consiglio però sento di darlo a tutti i miei amici e contatti: non prendetevi troppo sul serio quando salite sul palco dei social. Che nessuno cerchi di apparire diverso da quel che è, solo perché dissimula la propria natura nella cripta virtuale di questo strano almanacco dei nostri tempi. Io cosa faccio? Ho smorzato la frequenza dei miei post al fine di evitare volgari presenzialismi, ho diluito i miei pensieri affinché non assillino altri (oltre me), ho smesso di girovagare dentro la mia anima alla ricerca di roba nuova che purtroppo non c'è e ho amplificato la mia (tuttora insufficiente) propensione all'ascolto. Il recupero di una certa dose di leggerezza è elemento irrinunciabile per l'integrità del nostro stato d'animo e in questo percorso nulla va tralasciato.

QUANDO TORNEREMO IN NOI? 

Quando usciremo da questa spirale senza fine che tutti avvolge, più o meno consapevolmente? Quando torneremo finalmente ad occuparci del nostro impegnativo vivere quotidiano, lasciandoci alle spalle l’arena - ormai vergognosamente volgare- della politica? Quando finiremo di erigere i nostri riferimenti politici a improbabili eroi senza macchia, scatenando sproloqui sconvenienti e futili? In questo “tutti contro tutti”, pochi intuiscono la mercificazione del popolo, comprato o venduto dalla politica a un tanto al chilo. La gente viene chiamata nelle piazze e si fa strumento di pressioni sull’opinione pubblica, a favore dell’uno o dell’altro dei contendenti. I TG cavalcano, sornioni, questa improvvisa sete di informazioni politiche da parte di una audience inaspettata e crescente, mossa come dall’onda di una passione calcistica da Mundial. Tutti si affannano in cori, insulti e tifo da campo di periferia cercando un’omologazione, una primitiva rivalsa, un carro cui appendersi o sulla cui scia scodinzolare con improvvisa felicità. In realtà abbiamo talmente immiserito il nostro spirito da sentire forte il bisogno di un tubo d’ossigeno dal quale aspirare un ideale o più semplicemente una minima dose di appagamento alla nostra vana ricerca d’identità. E loro, i protagonisti, agiscono feroci nello scempio della buona fede e nell’utilizzo della mala. Nella demolizione costante dei principi istituzionali sino agli aspetti puramente estetici: risse alle camere, mortadelle, striscioni, magliette, pon pon e balletti da cheer leaders... E la gente attende ansiosa una diretta dai palazzi istituzionali, nella speranza che l’ennesima tenzone - con un po’ di fortuna - degeneri nelle vie di fatto. E mentre il Paese perde ogni giorno pezzi dei propri valori, del patrimonio di Cultura costruito e difeso nei secoli, e viene spinto furbescamente verso una ignobile contrapposizione del Nord contro il Sud, non ci rendiamo conto di essere sul punto di perdere la nostra identità, il senso della solidarietà che deve accomunare un popolo, il domani per i nostri nipoti... perché ai figli abbiamo già consegnato una società disgregata e quasi priva del bene primario che i genitori devono loro trasferire : la speranza.

L'INELUTTABILITÀ

DELLA SOLITUDINE.

 Il mio ultimo romanzo, "Un respiro di troppo", è pervaso dal senso di solitudine che avvolge i personaggi. Alla presentazione del libro, ho avuto modo di darne la mia interpretazione. Nel romanzo la solitudine è intesa come sentimento intimo. Tutti i personaggi, in un modo o nell'altro, sono vittime di un profondo disagio per una condizione che li ha condotti alla ricerca di una soluzione che possa dare alle loro vite una nuova speranza.
Tra essi nascerà spontaneamente una complicità, come accade ai malati affetti da una stessa patologia. Non mi interessava, però, affrontare l'aspetto clinico della solitudine ma, come dicevo, quello intimo. In realtà la scopriamo solo con il trascorrere del tempo. I personaggi del romanzo, generano un rapporto problematico con sé stessi, vivono una condizione di isolamento a causa dei drammi e dei problemi che si trascinano addosso. Uno di loro, ad esempio, è solo nella sua malattia. I malati sono sempre intimamente soli (parlo della malattia della fine, del tramonto); il rapporto con il mondo si spegne sino a sparire, non si coincide più con il proprio corpo, si vive una scissione.
Un altro ha commesso un crimine ed e’ quindi condannato a una fuga continua e a confrontarsi con l’orrore che si porta dentro. E così, per una ragione o per l’altra, i protagonisti del romanzo vivono tutti il loro tormento nella solitudine. 
La solitudine e’ una condizione che esiste prima dell’uomo. Considerate che viviamo i primi nove mesi della nostra esistenza da soli - assolutamente soli- nel grembo materno, immersi in un liquido opaco, ciechi e quasi sordi se si eccettuano gli echi che arrivano dall’esterno della placenta. È il primo sentimento che proviamo. Ed è come se questo lungo periodo di isolamento avesse determinato un imprinting che ci porteremo per sempre addosso. La nascita, la crescita, l’adultità rievocano, nel tempo, la solitudine originaria.
Nel corso della vita, ogni uomo ha provato l’esperienza della solitudine, e quando l’ha confrontata con gli altri si è accorto che non ne esiste una sola.
Essa è ineliminabile. E' come un virus che vive nascosto dentro di noi e che solo occasionalmente emerge. E' silente e ne siamo portatori sani per tutta la vita, ma prima o dopo si manifesterà. Per alcuni, i più fortunati, può diventare la strada della ricerca interiore.
Per altri conduce alla depressione. Ma, fortunatamente, anche alla reazione. Quella che spinge i nostri personaggi a tentare una via d’uscita - ciascuno la propria - dalla disperazione che li governa. 
Anche se non è mai dichiarata nella storia, esiste una sottilissima complicita’ tra di loro, per cui - in una sorta di do ut des - nasce un baratto tra chi ha commesso un crimine e chi il crimine lo persegue. Non importa quale possa essere lo strumento: qualsiasi patto alla fine e’ buono per raggiungere il proprio obiettivo.
Questo a mio avviso è quanto accade a tutti noi: scendere a patti con noi stessi e con chi ci sta vicino per sentirci in qualche modo parte del mondo.

CONFESSIONE.

Confesso ai miei amici una vita densa di contraddizioni e incongruenze e pertanto punteggiata da qualche rimarchevole errore. D’altra parte che attendersi da uno che si diploma geometra e poi si iscrive in Scienze Politiche? Così come da chi è scarso in matematica, ma eccelle in trigonometria? E potrei continuare, ma tanto basta a rendere l’idea del personaggio. Forse l’unica coerenza l’ho trovata (oltre che nella famiglia) nella scrittura, anche se il mio lungo percorso professionale si è svolto in un ambito molto diverso (tanto per cambiare…). Il mio tesserino di giornalista? A un certo punto è finito nel cassetto a riposare per decadi. In questo contesto, appena accennato ma, credo, sufficientemente indicativo del profilo personale, non dovrebbe sorprendere il fatto che oggi mi sia venuta voglia di studiare lingua e letteratura greca. Cose tanto strane quanto preoccupanti, direi. Tuttavia, ve l’ho detto poc’anzi, ho commesso anche tanti errori. Ad esempio, nella mia ricerca di una sinistra che esisteva solo nella mia testa di giovane idealista, a un certo punto sono persino riuscito a votare Bertinotti. All’epoca – pensate un po’- mi sembrava il meno peggio. Poi ho scoperto il suo nulla. Errore, ma ci può stare. Più tardi ne ho commesso uno molto più grave votando Renzi. E questo, alla luce dei fatti, può oggi spiegare il mio astio nei suoi confronti, del PD e di tutta la leadership di quel partito. Anche quella volta ebbi l’impressione di aver scelto il meno peggio. Errore madornale. Ma l’ho detto, la mia era un’idea, un pensiero filosofico, qualcosa che navigava tra il surreale e l’utopia. Ho pertanto dovuto ammettere che avevo solo sognato un’idea di socialismo, un pensiero che in realtà non corrispondeva a qualcosa di disponibile. Di sicuro non esisteva più (è mai esistito?...), e non solo nel nostro Paese. Ho anche considerato (quanti danni fa il cervello…) quanto il "socialismo" fosse, almeno concettualmente, frainteso e inflazionato. Anche Mussolini fu a capo di un partito socialista e – da parte opposta - persino il più bieco comunismo sovietico venne spacciato per socialismo. Mi è venuto in mente quello che mi disse una volta un mio carissimo amico monsignore, oggi Nunzio Apostolico in Africa. Nel corso di una delle mie rarissime confessioni (le riservo solo a lui) ebbe modo di illuminarmi: Dio non ammette solo due peccati, perché agli altri sa bene che la nostra fragilità non consente di sfuggire. Essi sono l’ingiustizia e la sopraffazione. Se ci pensate bene, è un ambito molto ampio che va dall’annientamento dei propri avversari attraverso la manipolazione della giustizia, alla violenza nei confronti dei più deboli, donne e bambini compresi. E’ vero - ho pensato - devono essere peccati inaccettabili per Lui, molto più di quanto lo siano per noi. Cosa c'entra questa digressione? Ebbene, leggendo il Nuovo Testamento sono arrivato alla conclusione che Cristo sia stato l'unico, autentico socialista, il socialista per antonomasia: ad esso fedele sino al martirio. Oggi simpatizzo per chi mi sembra essere, nonostante errori e ingenuità, il più vicino a un’idea, seppure pallida, para-socialista. Avete già capito che quando parlo di socialismo non intendo una parte specifica, ma l’idea di filosofia politica che si attribuisce al termine. Quella che guida una comunità civile a non voltare le spalle ai ceti deboli, che sviluppa opportunità in pari misura da nord a sud, che vuole che sfruttatori e faccendieri siano perseguiti senza sconti e furbesche scappatoie, che premi l’impegno quotidiano di chi lavora, e pretenda che si investa senza soste nel creare posti di lavoro a garanzia della dignità dei cittadini… Quanto ne siamo distanti. Rispetto tutti i miei amici che pensano in modo anche molto differente dal mio. Ho diversi carissimi amici, che sono esponenti di partiti che non apprezzo, ma della loro dirittura morale sono talmente certo da poter mettere entrambe le mani sul fuoco. Un giorno spero che il loro onesto contributo possa migliorare prima di tutto i loro partiti. Quanto a me, ve l’ho detto, più contraddittorio di così… Di una cosa però sono abbastanza sicuro: ingiustizia e sopraffazione non hanno mai fatto parte dei miei comportamenti. Chissà se questo varrà un bonus per scontare gli altri peccati. Nessuno è perfetto ed io meno degli altri.

LA STRAGE DEGLI INNOCENTI. 

 Nel mio ultimo libro, "Un respiro di troppo" si parla anche di questo. Sono centinaia, ogni anno, i bambini che scompaiono. Solo in Italia, secondo il ministero dell’interno, non meno di 15.000 minori negli ultimi quarant’anni. Che fine fanno? Finiscono in pasto agli orchi, denuncia l’avvocato Paolo Franceschetti, protagonista di clamorosi libri-inchiesta sugli “omicidi rituali”. «I minori rapiti finiscono nella rete dei pedofili e dei trafficati di organi, nel peggiore dei casi diventano “attori” in atroci “snuff movie”, in cui vengono violentati, seviziati e infine uccisi davanti alla telecamera, nell’ambito di filmati destinati a pervertiti in grado di pagare milioni di euro, per quelle pellicole». Ma non è tutto: «Secondo la polizia di Stato – aggiunge Franceschetti – il conto delle piccole vittime potrebbe essere sottostimato, perché è difficile calcolare il numero dei bambini Rom che spariscono e, in genere, i figli degli immigrati clandestini, che non sono in grado di sporgere denuncia». Infine, a completare l’olocausto provvede la crisi economica: «Ci sono neonati “prenotati” e “comprati” subito dopo la nascita: è la tragedia della miseria». Sono spariti nel nulla e di loro si sono perse le tracce: scomparsi, per sempre. «Sono migliaia, in Italia, i bambini di cui non si hanno più notizie», conferma “Repubblica”. «Un piccolo esercito che in quarant’anni, dal 1974 al 2014, conta 15.117 minori. Di questi, la maggior parte (13.489) è rappresentata da bambini stranieri». Le cifre, allarmanti e drammatiche, sono state rese note da Vittorio Piscitelli, del ministero dell’interno, commissario straordinario per le persone scomparse. «I bambini e i ragazzini sono una componente preponderante delle persone che ogni anno scompaiono nel nostro paese: tra tutte le persone di cui si è registrata la sparizione, il 51,7% ha meno di 18 anni». Tanti gli stranieri: «Facile pensare che la schiacciante maggioranza dei minori stranieri mai più rintracciati, sia dovuta al fatto che questi ragazzini, che quando arrivano in Italia magari sui barconi vengono poi spediti nelle case di accoglienza, da queste strutture, fuggono molto presto. Lo stesso Piscitelli spiega che «i minori stranieri non accompagnati sono il problema dei problemi. Si tende a non considerarli come persone scomparse, perché una volta giunti nel nostro paese non vogliono farsi identificare per non rischiare di dover rimanere in Italia. Ma i loro diritti vanno tutelati e non ci si può lavare le mani». Povertà e guerra le cause più frequenti, continua “Repubblica”: in generale, la causa della scomparsa «è sempre il disagio, la povertà o la guerra», e nel “64-65% dei casi il ritrovamento avviene nelle prime ore dopo la scomparsa, soprattutto nel caso dei minori, i quali non hanno risorse e quindi sono spinti a chiedere aiuto. «Di fronte a queste cifre la mobilitazione dovrebbe essere massima, e invece la crisi economica colpisce anche qui: il 116.000, numero telefonico europeo per i bambini scomparsi, rischia di chiudere a causa dei tagli della Commissione Europea». Ernesto Caffo, presidente del Telefono Azzuro, denuncia: «Ogni anno, nel mondo spariscono 8 milioni di bambini; in Europa 270.000, cioè uno ogni due minuti».
Un campionario dell’orrore: vendita di organi, avviamento alla prostituzione e alla pornografia, narcotraffico, elemosina forzata, adozioni trans-frontaliere irregolari, matrimoni forzati, reclutamento di bambini-soldato, schiavitù da parte di gruppi terroristici e lavoro forzato. Non manca chi vede nel fenomeno un sintomo desolante della fine della nostra civiltà: i bambini rappresentano il futuro, martirizzarli significa puntare sul suicidio collettivo. Franceschetti va oltre l’immaginabile, svelando l’esistenza di network esoterici «al vertice della società, dell’economia e della finanza», composti di individui convinti – come scriveva il mago inglese Aleister Crowley – che l’omicidio rituale di un bambino, cioè di un essere puro e carico di energia positiva, conferisca «straordinaria potenza» al mostro che lo uccide. E intanto, la strage silenziosa continua. Evito di mostrare le foto di bambini massacrati da espianti di ogni tipo e ritrovati cadaveri. Se volete, il web ne è pieno.

QUANDO IL VALORE DELL'AMICIZIA DISSOLVE LE RAGIONI DEL TEMPO.

In occasione della presentazione del mio libro, ho di recente incontrato con due vecchi compagni di scuola. Era presente anche un terzo amico, compagno di scorribande esattamente nello stesso periodo. Non vedevo i tre da 48 anni. C'è da riflettere sull'amicizia, un tema che emerge spesso nei miei romanzi e a cui ho dedicato un brano nel mio secondo libro.

Lo offro a tutti voi, oltre che, ovviamente, a loro. Sembra proprio l'anticipazione di quanto avvenuto qualche giorno fa.
 

Da "Quel che resta oltre il buio" (Nulla Die Edizioni, 2017):
«Sono stato in Sicilia, sono tornato nella mia terra dopo un’infinità di anni. Mi sono immerso nell’atmosfera

della mia adolescenza. Non cambia mai niente lì e questo è rassicurante. Anche ritrovare qualche amico è stato bello.

Come se l’amicizia sfuggisse alle regole del tempo.»
«L’amicizia? L’amicizia è una cosa rara – disse l’uomo con la cicatrice – ma non tanto perché avere un amico non sia facile, no, non è quello. Lei può incontrare dopo tanti anni un amico della sua adolescenza, o un compagno di scuola.  Lo rivede magari dopo quarant’anni e quasi non lo riconosce. Poi scruta i suoi occhi e dagli sguardi riaffiora il mondo della gioventù vissuto insieme. Comincia a parlargli.

Il filo che era stato interrotto decenni prima non si è spezzato. È lì, che funzionaregolarmente, oleato come la catena della sua bicicletta preferita. Parla con lui e ancor prima di lasciarsi andare ai ricordi, l’altro l’ha già invitato a cena a casa sua.L’amicizia è questa. Due barche che per un certo periodo navigano appaiate, sembra chel’una non possa fare a meno dell’altra. Poi un vento, inizialmente sottile e poi sempre più sostenuto, le separa, e ciascuna prende la propria via, con due diverse velocità. Si perdono di vista. Dopo anni le barche, per le correnti misteriose che solo il mare conosce, si ricongiungono e tutto ricomincia come prima. Non sottovaluti l’amicizia.
Le regole del tempo? No, l’amicizia è più forte del tempo e il tempo lei ora sa quanto potente possa essere.»

Si possono trovare solo  poche poesie tradotte in italiano di questo straordinario poeta russo. Boris Ryzhy si è suicidato nel 2001, quando aveva appena 27 anni. Le sue opere non sono edite in Italia (e questo la dice lunga sulla qualità dell’editoria nel nostro Paese). Ha vissuto in un contesto molto problematico,  a Ekaterinburg, capitale e dominio della mafia russa. Alle presentazioni dei miei ultimi due libri ho ricevuto alcune domande su di lui e su un altro poeta, il curdo Golan Haji. Dei due ho inserito brevi brani nei romanzi. Haji è stato tradotto ed edito il italiano, Boris  purtroppo no. Ho visto tanto interesse sui due autori e quindi ho pensato di regalare questa mia piccolissima ricerca ai miei amici più curiosi.

Questo è un esempio:

“Sopra case, case e case
Stanno sospese nuvole blu 
E lì resteranno con noi
Nei secoli, nei secoli, nei secoli.

Solo vapore, solo bianco nel blu
Sopra mucchi di lapidi…
Non scompariremo mai, da nessuna parte
Siamo più resistenti e più morbidi del granito.

Che si frantumino pure i nostri gusci,
geometria della vita terrena –
senti, baciami sulle labbra,
dammi la mano, stai con me.

E quando ci lasceremo
Abbandonati sulle tue ali
Solo vapore, solo bianco nell’azzurro
Blu e bianco nell’azz… 

Boris Rizhy

NIZAR QABBANI. E' trascorso molto tempo da quando il grande poeta siriano ci ha lasciato. Tuttavia i ragazzi innamorati graffiano ancora i suoi versi sui muri e i cantanti arabi, dalla Siria alla Tunisia, musicano e cantano le sue parole. In Siria la poesia non è affare da salotti, roba buona per trascorrere una serata con un bicchiere di vino, né una cosa polverosa da accademia, da tenere ben conservata nelle biblioteche. La poesia è vita, è sangue, è corsa, è, a volte, tutto quello che ti rimane. La poesia è l’archivio collettivo dell’umanità, il luogo che custodisce tutti i sentimenti, le aspirazioni, le storie, i fallimenti e la grandezza di quello sperduto abitante del pianeta che è l’Uomo. Di Nazir vi offro questa lunga poesia, che non vi stancherà e, sospetto, vi farà innamorare di lui.

POESIA SELVAGGIA
Amami senza preoccupazioni
e perditi nelle linee della mia mano.

Amami per una settimana, per qualche giorno
o solo per qualche ora…
non mi interessa l’eternità.
Io sono come ottobre… allora, abbattiti
come fulmine sul mio corpo.

Amami con tutta la brutalità dei tartari,
con il bruciante calore della giungla
e la ferocia della pioggia.
Non lasciare nulla, polverizza tutto,
non farti mai domare!
Tutte le leggi della civiltà sono cadute sulle tue labbra…

Amami come un terremoto,
come una morte inattesa,
e lascia che i tuoi seni intrisi di fuochi e fulmini
mi aggrediscano come un lupo feroce e affamato…
lascia che mi azzannino e mi percuotano
come la pioggia sferza la riva delle isole.
Sono un uomo senza destino,
sii tu, allora, il mio destino,
e mantienimi sul tuo seno come un’incisione sulla pietra…

Amami… e non chiedermi come…
Non balbettare per la timidezza… e non aver paura.
Quando l’amore ci percuoterà,
non ci sarà né “come” né “perché”.

Amami senza recriminare,
la guaina protesta se riceve la spada?
Sii il mio mare e il mio porto, la mia patria e il mio esilio,
sii siccità e diluvio,
sii la dolcezza e la durezza.

Amami in mille e mille modi,
ma non ripeterti come l’estate… io detesto l’estate.

Amami… e dimmelo!
Detesto essere amato senza voce,
detesto seppellire l’amore in una tomba di silenzio.

Amami…
lontano dalla terra della repressione,
lontano dalla nostra città sazia di morte,
lontano dalla sua faziosità
e dalla sua rigidità.

Amami… lontano dalla nostra città,
perché l’amore non la visita da quando esiste,
e Dio lì non è più tornato.

Amami…
Non temere l’acqua ai tuoi piedi, mia signora,
non sarai battezzata donna
se nell’acqua il tuo corpo non si immerge
e se non si bagnano i tuoi capelli.
Il tuo seno è un’anatra bianca… non può vivere senz’acqua.

Amami con la mia purezza e i miei difetti,
con la mia bonaccia e la mia tempesta.
Mia corolla di fiori, mia foresta d’henné, proteggimi.
Spogliati…
e lascia cadere la pioggia sulla mia sete.
Consumati come cera nella mia bocca
e impastati con ogni mia parte…
Spogliati…
e separa le mie labbra… come fece Mosè nel Sinai.

Nizar Qabbani

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